ADHD VS BPD

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che comporta problemi di attenzione, impulsività, dispersività, ipercinesi e la relativa sofferenza secondaria da essi causata. Se ne parla in maniera abbondante perché, essendo le sue cause legate a squilibri neurotrasmettitoriali, la psicodiagnosi riconduce a trattamenti psicofarmacologici mirati e che, a detta dei farmaco terapeuti, risultano essere particolarmente efficaci. La prima spendibilità di questa Psicodiagnosi la troviamo in ambito scolastico, con alunni bollati di ADHD per le loro difficoltà attentive durante la lezione. Dimenticando che se uno studente non ascolta un insegnante forse è perché l’insegnante non riesce a rendere intrigante ciò che spiega. Ciò che è efficace in termini di diagnosi e prognosi acquisisce una fetta di mercato redditizia e, inevitabilmente e coerentemente con lo sviluppo disordinato dei comportamenti dei pazienti con questo disturbo, si allarga anche caoticamente e tocca impropriamente ambiti che non sono propriamente a esso pertinenti. Un primo problema che ci può venire in mente è che nella pregressa manualistica tale disturbo era relegato ai disturbi dello sviluppo, mentre adesso sentiamo parlare di ADHD adulto. Si perde pertanto la distinzione che un tempo c’era, alcuni disturbi erano a pieno appannaggio della fanciullezza e con la maggiore età cambiano le definizioni, come le sfide, le difficoltà e le risorse proprie dell’età. A esempio il Disturbo Borderline di Personalità (BPD), di default diagnosticabile dopo i 18 anni, ora si trova con diverse similitudini sintomatologiche con l’ADHD adulto. Oltre all’incontro (e scontro) che i diversi professionisti seri e non devono avere nella diatriba sulla Psicodiagnosi emerge anche l’aspetto dell’eziologia del disturbo e dei trattamenti. L’ADHD richiama con grande gioia del mondo medico e farmaceutico lo squilibrio chimico, il BPD le teorie dell’attaccamento, gli schemi interpersonali e degli sviluppi traumatici.